Archivi per la categoria ‘Associazione e Gruppi’
Il Gruppo Missionario
Si adopera a sensibilizzare la comunità parrocchiale verso le missioni 
canossiane in Brasile, Tanzania, India e Filippine.
In modo particolare si interessa di “Adozioni a distanza” e dei vari
progetti curati dall’Associazione “Mano Amica – Canossiani” O.N.L.U.S.
Molte le famiglie che hanno aderito a tale iniziativa benefica, adottando
ragazzi e ragazze per accompagnarli nell’iter scolastico.
Inoltre il Gruppo Missionario, nei momenti forti del tempo liturgico e in
occasioni delle feste in oratorio, sensibilizza i fedeli organizzando varie
attività volte a raccogliere fondi da destinare alle missioni.
Per maggiori informazioni rivolgersi ai responsabili:
Giorgio CERRIGONE
Melita GIULIANO
Per ulteriori e più ragguardevoli notizie, visitate i link:
I Ministri Straordinari
L’istruzione “Immensae caritatis” della Congregazione dei Sacramenti (1973), segna la data
di nascita del Ministero Straordinario della dell’Eucaristia.
Il semplice battezzato-cresimato adulto, uomo o donna, può venire incaricato della
distribuzione del pane eucaristico sia durante che fuori della messa. Un fatto che ha,
dapprima, suscitato in alcuni meraviglia e rifiuto, ma che si è manifestato di grande
utilità pastorale. Questo è un modo concreto per far crescere la coscienza del
sacerdozio comune, fondato sul battesimo.
La sopra citata istruzione adduce le seguenti istruzioni pratiche:
1. Durante la celebrazione della messa, a motivo di un grande affollamento di fedeli, oppure per qualche difficoltà, in cui venga a trovarsi il celebrante;
2. Fuori della celebrazione della messa quando per le distanze dei è difficile portare la Comunione agli ammalati.
Nella nostra parrocchia sono diverse le persone chiamate dal Signore e dal “Parroco” ad avere questo ministero così importante per la comunità parrocchiale soprattutto per gli ammalati. Sono con la loro testimonianza voce di speranza e di conforto.
Il Coro
Nella costituzione conciliare sulla rifoma liturgica la “Sacrosanctum Concilium” al n. 30 riguardante la
Partecipazione attiva dei fedeli così si afferma: “Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio”.
In questa sezione vogliamo sottolineare la partecipazione dell’assemblea al canto. In parrocchia le celebrazioni sono accompagnate dall’organo e da altri strumenti. La messa festiva del sabato è animata dalla sig.ra Milazzo, la domenica alle 10 dal coro “piccole voci” animato da Rosanna Russo e alle 18 il coro accompagnato da Salvo D’Ignoti.
Ma cosa ci dice il Concilio sul canto?
LA MUSICA SACRA
Dignità della musica sacra
112. La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue.
La liturgia solenne
113. L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo. Quanto all’uso della lingua, si osservi l’art. 36; per la messa l’art. 54; per i sacramenti l’art. 63; per l’ufficio divino l’art. 101.
114. Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le « scholae cantorum » in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d’anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30.
Formazione musicale
115. Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all’insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l’erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica.
Canto gregoriano e polifonico
116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.
117. Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.
Canti religiosi popolari
118. Si promuova con impegno il canto religioso popolare in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme stabilite dalle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli.
La musica sacra nelle missioni
119. In alcune regioni, specialmente nelle missioni, si trovano popoli con una propria tradizione musicale, la quale ha grande importanza nella loro vita religiosa e sociale. A questa musica si dia il dovuto riconoscimento e il posto conveniente tanto nell’educazione del senso religioso di quei popoli, quanto nell’adattare il culto alla loro indole, a norma degli articoli 39 e 40. Perciò, nella formazione musicale dei missionari si procuri diligentemente che, per quanto è possibile, essi siano in grado di promuovere la musica tradizionale di quei popoli, tanto nelle scuole, quanto nelle azioni sacre.
L’organo e gli strumenti musicali
120. Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli.
Missione dei compositori
121. I musicisti animati da spirito cristiano comprendano di essere chiamati a coltivare la musica sacra e ad accrescere il suo patrimonio. Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra; che possano essere cantate non solo dalle maggiori « scholae cantorum », ma che convengano anche alle « scholae » minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.
«Rivestitevi di carità…»
Nel 2002, per i trent’anni della Caritas Italiana, il Papa ribadiva: “Urge costruire insieme la civiltà dell’amore con un’azione caritativa globalizzata che sostenga lo sviluppo dei piccoli della terra, così che i poveri si sentono, in ogni comunità, a casa loro. Cammino da tracciare per far diventare sia le contingenze straordinarie sia la quotidiana azione promozionale in favore dei poveri punti qualificanti di una visione dell’uomo e della vita, che assuma la solidarietà come criterio originale e decisivo alla luce del messaggio evangelico.
Solo così, come nella parabola della grande cena, poveri, storpi, ciechi, zoppi, cioè le categorie sociali più sofferenti ed emarginate, potranno sedersi a tavola senza attendere sulla porta gli avanzi del banchetto”.
Anche il nostro Vescovo, nella lettera “Mi sarete testimoni”, ribadisce:
“La Caritas non vuole, ne deve, essere concepita come semplice forma di assistenza giacché la sua funzione è prettamente missionaria-pedagogica. Suo compito è l’educazione della comunità cristiana al costante servizio della carità con l’attenta lettura della situazione e con la ricerca di soluzioni adeguate e possibili”.
Alla luce di quanto sopra detto, nella nostra comunità parrocchiale da diversi anni opera un gruppo Caritas composto di persone che hanno dato la loro disponibilità.
Durante questi anni, con i membri degli altri gruppi Caritas parrocchiali, hanno partecipato e continuano a partecipare a corsi formativi tenuti dal Diacono Giuseppe Vassalli e da personale qualificato del centro ascolto, nei locali siti a Pachino in Via Unità.
Il compito del gruppo Caritas, pertanto, consiste nell’adoperarsi a risolvere varie problematiche; materiali (alimenti, vestiario, medicinali, assistenza scolastica, ecc.) e spirituali (relazioni, compagnia, insegnamenti domestici, informazione, assistenza, ecc.) di famiglie o singole persone segnalate dal centro d’ascolto, sotto la direzione del Parroco, nell’intento di sensibilizzare e coinvolgere la comunità parrocchiale.
IL sistema delle cellule parrocchiali di evangelizzazione
I QUATTRO PERCHÉ
Sistema
Perché è un complesso organico con costante riferimento al Pastore in cui tutte le parti hanno relazione e dipendenza reciproca: attraverso un’apposita struttura esso concorre allo sviluppo di quel corpo vivo che è la Chiesa. Cellula Perché è l’unità biologica fondamentale, capace di vita autonoma e capace di dare vita attraverso un processo di moltiplicazione. Così la Cellula di Evangelizzazione è un piccolo gruppo, legato da relazioni di “oikos” (cioè da vincoli familiari, di lavoro, di amicizia, di interessi comuni) che si può moltiplicare appena raggiunge una certa dimensione. A questo punto il gruppo madre dà vita a due gruppi figli. Parrocchiale Perché il tessuto in cui si innesta il Sistema delle Cellule è proprio ed esclusivamente la Parrocchia, definita da Giovanni Paolo II nella Christifideles Laici (n. 26): «Comunità di fede e comunità organica… nella quale il parroco – che rappresenta il Vescovo diocesano – è il vincolo gerarchico con tutta la chiesa». Evangelizzazione Perché, come ammonisce Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi, «la Chiesa esiste per evangelizzare». Così la cellula, comunità di mediazione tra la famiglia e la Parrocchia, ha come fine l’evangelizzazione, riscoprendo e attualizzando questa chiamata fondamentale: condividere Gesù con gli altri. TUTTO QUESTO E’ STATO POSSIBILE, PERCHE’ ABBIAMO RISCOPERTO IL GRANDE MANDATO
IL GRANDE MANDATO
Il senso del vangelo è quello di affidare un incarico da svolgere, la sua caratteristica è di essere missionario. È il grande mandato che ci raggiunge attraverso le parole di Marco (16,15): «Andate per il mondo. Proclamate la buona notizia a tutto il creato». DUEMILA ANNI DOPO Oggi, continuamente Giovanni Paolo II ci ricorda che siamo tutti all’interno dell’unica missione della Chiesa e che una evangelizzazione «nuova nei metodi, nel fervore e nella sua espressione» è necessaria nei paesi di più consolidata tradizione cristiana, «dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede o addirittura non si riconoscono più come membri vivi della Chiesa» (Redemptoris Missio 33). GIGANTE ADDORMENTATO Così è stata definita la Parrocchia dei nostri giorni. E in realtà, spesso, le nostre parrocchie assomigliano a grossi orsi entrati in letargo, a grossi corpi assopiti nei quali il sangue rallenta e non arriva più alle estremità. Eppure, bene o male preparata alla sua parte, compiendola o dimenticandola, la Parrocchia rimane il luogo dell’incarnazione del divino, l’elemento stabile dell’evangelizzazione. Come svegliarla e farle riprendere il suo compito missionario? A Milano, la Comunità parrocchiale di S. Eustorgio lo ha fatto applicando il Sistema di Cellule Parrocchiali di Evangelizzazione, un metodo che si è rivelato capace di rinnovare in profondità la Parrocchia rivitalizzando la sua struttura tradizionale. STRADA FACENDO All’inizio del suo discorso apostolico Gesù dice: «… e, strada facendo, annunciate che il regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7). Non bisogna dunque aspettare che i lontani si avvicinino e neppure è necessario andare a cercarli apposta, chissà dove. Gesù ci dice di evangelizzare «strada facendo», cioè mentre andiamo e viviamo nei nostri luoghi consueti. Gesù non permette all’uomo di Gerasa, che aveva appena liberato dallo spirito immondo, di seguirlo, gli dice invece: «Va, nella tua casa, dai tuoi, e racconta loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato» (Mc 5,19). Ecco da che cosa è nata l’intuizione che sta alla base del metodo di evangelizzazione attraverso il Sistema di Cellule Parrocchiali. UNA PAROLA STRANA: «OIKOS» Frequente nel Nuovo Testamento, questa parola significa casa, ambiente, famiglia in senso allargato, insomma il mondo in cui si svolge la vita quotidiana di ciascuno. Esso comprende quattro fondamentali categorie di persone:
- i parenti
- i vicini di casa
- i colleghi di lavoro
- coloro che hanno i nostri stessi interessi.

L’evangelizzatore deve per prima cosa mettersi in ginocchi e pregare per gli appartenenti al proprio oikos, di cui ha compilato e conserva una lista scritta. Il processo di evangelizzazione dell’oikos si svolge in sei fasi che sono illustrate in modo schematico nell’ideogramma della «bomba», riprodotto qui a fianco. Esse sono, cominciando dal basso: 1. Il servizio. È il grande segreto che abbiamo appreso da Gesù stesso. «Non sono venuto – egli dice – per essere servito, ma per servire e dare la vita per al salvezza di molti» (Mc 10,45). E aggiunge: «Vi ho dato infatti l’esempio perché come ho fatto io così facciate anche voi» (Gv 13,15). Cerca la piaga e guariscila: questo è lo slogan che bisogna imprimersi bene in mente. Colui che si sente oggetto di un’attenzione sincera, di un amore sena calcolo e senza misura, si chiederà: “Perché e chi glielo fa fare?”. È il momento di non lasciar cadere questa domanda. 2. La condivisione. Il fratello del quale abbiamo guadagnato la confidenza si apre al vangelo, varcando il ponte di amicizia che abbiamo costruito con il servizio. A questo punto possiamo condividere con lui la nostra testimonianza, dirgli qual è stata la nostra esperienza di salvezza e che posto occupa Gesù nella nostra vita. 3. La spiegazione. In questa fase avanzata di approccio occorre avere grande sensibilità, pazienza e carità per aiutare il fratello a chiarire dubbi, a superare pregiudizi, esitazioni e paure. 4. Affidamento e mandato. È giunto il momento di dire al fratello: “Quel Gesù che prima ha guarito me ora sta guarendo te”. E lo si invita ad affidare la propria vita a Cristo e a impegnarsi per lui. È la fase più delicata della pesca. Il pesce è nella rete, la rete è serrata, ma va tirata nella barca. Ecco perché nel disegno della «bomba» c’è una strozzatura nella parte superiore e terminale. La rete sarà aperta sulla barca, cioè nella cellula. 5. Ingresso in cellula. Quando il fratello approda alla cellula si accorge di essere atteso e desiderato. Piegarsi sull’ultimo è il metodo di Gesù. Durante l’incontro di cellula il fratello sentirà il bisogno di approfondire il proprio impegno e di conoscere la comunità e il suo Pastore. 6. Ingresso nella comunità. La cellula fa parte di un corpo, la Parrocchia, nella quale il nuovo discepolo trova naturalmente il suo posto. Avendo preso coscienza dei doni che il Signore gli ha fatto, desidererà a sua volta servire. Intanto viene invitato a compilare la lista del suo oikos per svolgere non più il ruolo di evangelizzato ma di evangelizzatore. Nella cellula si fa esperienza di una COMUNITÀ DI MEDIAZIONE. Essa infatti si colloca tra la piccola comunità che è la famiglia e la grande comunità che è la Parrocchia, con effetti benefici per l’una e per l’altra.

I SETTE FINI
La cellula ha sette fini:
1. Crescere in intimità con il Signore
2. Crescere nell’amore reciproco
3. Condividere Gesù con gli altri
4. Svolgere il ministero nel corpo mistico che è la Chiesa
5. Dare e ricevere sostegno
6. Addestrare nuovi leaders
7. Approfondire la nostra identità di fede.
Questi sette traguardi tracciano un cammino collettivo di fede, e fanno della cellula UN LUOGO DI SANTITÀ dove il vangelo è vissuto. QUANDO, DOVE, COME La cellula, che è in costante moltiplicazione, si riunisce una volta alla settimana nella casa di uno dei suoi membri.
L’incontro dura circa 90 minuti, così scanditi:
1. Canto e preghiera di lode
2. Condivisione (che cosa Gesù ha fatto per te, che cosa tu hai fatto per Lui)
3. Insegnamento del Pastore (inciso su nastro)
4. Approfondimento dell’insegnamento
5. Problemi pratici
6. Preghiera di intercessione
7. Preghiera di guarigione.
La cellula è guidata da un leader, che esercita un’autorità delegata dal Pastore, con un compito di primato nel servizio. Questa nuova evangelizzazione mediante le cellule parrocchiali è nata e si è sviluppata a Seoul (Corea del Sud) nella chiesa pentecostale del pastore Paul Yonggi Cho. Si è poi trapiantata, con gli opportuni adattamenti, nella Parrocchia cattolica di St. Boniface a Pembroke Pines (Florida, USA) per iniziativa di un prete irlandese, padre Michael Eivers. Infine, è approdata a Milano, nel terreno preparato e reso fertile di S. Eustorgio. Qui, nel 1988, prendevano vita le prime quattro cellule provvisorie che si sarebbero moltiplicate, aumentando di numero. Lo sviluppo armonico del Sistema esige che si ponga particolare cura nell’addestramento dei leaders. Per la loro preparazione vengono tenuti ogni anno due corsi. A partire dal 1990 viene anche organizzato ogni anno un Seminario Internazionale, dato il grande interesse che il metodo ha incontrato in Italia e all’estero, dove è stato introdotto in numerose parrocchie.
NELLA NOSTRA PARROCCHIA
Le cellule sorte in parrocchia nel 2004, dopo che p. Giorgio ha partecipato al seminario internazionale di Milano e avendo proposto il cammino in parrocchia alcune persone, le quali hanno aderito al convegno milanese. In parrocchia si sono tenute altri corsi di formazione per dare così avvio alle cellule che altro non sono che dei piccoli cenacoli di ascolto della Parola di Dio e di preghiera.
Dove e quando si ritrovano.
Presso le seguenti famiglie:
1. Guastelluccia Antonietta il martedì mattina;
2. Valenti Elvira il giovedì pomeriggio;
3. Giuliano Melita il martedì mattina;
4. Di Martino Rita il giovedì pomeriggio;
5. Cicciarella Giuseppina il giovedì pomeriggio;
6. Scopa Rina il venerdì pomeriggio;
Per ogni informazione rivolgersi al parroco.
ADORAZIONE EUCARISTICA PERPETUA
Un progetto per rigenerare le parrocchie
Un’esperienza nuova nella nostra comunità cristiana iniziata in contemporanea con la nascita delle celleule di evangelizzaione. Non c’è programma pastorale, evangelizzazione e dunque attività pastorale senza che ci sia la vera anima di tutto ciò: LA PREGHIERA.
P. Giorgio all’incirca 5 anni fa volle che si iniziasse questa esperienza e fece ristrutturare quella che una volta erano i locali dell’asilo, trasformandoli in cappella dell’adorazione. Nella festa di San Corrado del 2005 il vescovo Mons. Giuseppe Malandrino benedisse la cappellina, dando avvio all’adorazione perpetua in parrocchia.
Il gruppo di persone, che fa a capo al coordinatore Giuseppe Russo, si alterna dalle 8 alle 22 e durante la notte tra il sabato e la domenica.
Molte cose sono cambiate in parrocchia anche grazie all’aiuto e al sostegno della preghiera che sempre più deve diventare incessante, oblatrice e d’intercessione
MA COSA E’ L’ADORAZIONE
È l’atto più alto di una creatura umana nei confronti del suo Creatore, mettersi ai suoi piedi in atteggiamento di filiale ascolto e di lode, reverenza e accoglienza di tutto quanto proviene da Lui, nella consapevolezza che solo Lui basta e solo Lui conta. Chi adora pone al centro della sua attenzione e del suo cuore il Dio altissimo e creatore e Salvatore di tutto l’universo. L’adorazione Eucaristica è un tempo trascorso in preghiera davanti al Sacramento dell’Eucaristia esposto solennemente. Si può pregare in vari modi, ma il modo migliore è una preghiera di silenziosa meditazione, sul mistero dell’Amore con cui Gesù ci ha amato, tanto da dare la sua vita ed il suo Sangue per noi. Adorare è lasciarsi amare da Dio per imparare ad amare gli altri… Adorare è entrare nell’esperienza del Paradiso, per essere più concreti nella storia. “Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici”. Lc 6:12-13
CHI PUÒ ADORARE
Chiunque è disposto a fare silenzio dentro ed intorno a sé, a qualunque età, nazione, lingua e categoria appartenga. Chi vuole trovare un tempo da dare a Dio per stare con lui per il proprio bene e per il bene di tutta l’umanità che, in chi adora è rappresentata. “Il Padre cerca adoratori che lo adorino in spirito e verità”. Gv 4:24
COME SI ADORA
Si adora sforzandosi di fare silenzio dentro ed intorno a sé, per permettere a Dio di comunicare col nostro cuore ed al nostro cuore di comunicare con Dio. Si fissa lo sguardo verso l’Eucaristia, che è il segno vivo dell’amore che Gesù ha per noi, si medita sul mistero della sofferenza, della morte e della risurrezione di Gesù, che nell’Eucaristia ci dona la sua presenza reale e sostanziale. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Mt 28:20
DOVE SI ADORA
Nell cappella creata apposta dove c’è un luogo raccolto e silenzioso in cui è esposto il Sacramento dell’Eucaristia e dove anche altri sono riuniti per pregare individualmente, o come comunità. È un’oasi di pace e di preghiera che ci da la gioia del Paradiso. “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati”. Sal 94:6
QUANDO SI ADORA
In ogni momento del giorno, o della notte tra il sabato e la domenica; nella gioia più profonda, o nel dolore più acuto. Con la pace nel cuore, o nel colmo dell’angoscia. All’inizio della vita, o alla fine. Quando si hanno energie e quando non ce la facciamo più; in piena salute, o nella malattia. Quando il nostro spirito trabocca d’amore, o nel colmo dell’aridità. Prima di decisioni importanti, o per ringraziare Dio di averle prese. Quando siamo forti, o quando siamo deboli. Nella fedeltà, o nel peccato. “Pregate inoltre incessantemente, con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti”… Ef 6:18
10 RAGIONI PER ADORARE
-Perché solo Dio è degno di ricevere tutta la nostra lode e la nostra adorazione per sempre.
-Per dire grazie a Dio per tutto ciò che ci ha donato da prima che esistessimo.
-Per entrare nel segreto dell’amore di Dio, che ci si svela quando siamo davanti a lui.
-Per intercedere per tutta l’umanità.
-Per trovare riposo e lasciarci ristorare da Dio.
-Per chiedere perdono per i nostri peccati e per quelli del mondo intero.
-Per pregare per la pace e la giustizia nel mondo e l’unità tra tutti i Cristiani.
-Per chiedere il dono dello Spirito Santo per annunciare il Vangelo in tutte le nazioni.
-Per pregare per i nostri nemici e per avere la forza di perdonarli.
-Per guarire da ogni nostra malattia, fisica e spirituale e avere la forza per resistere al male.
PERCHÉ ADORAZIONE PERPETUA
Molti dicono che non c’è bisogno di fare adorazione perpetua. In cielo le schiere degli Angeli e dei Santi, uniti in eterna esultanza cantano ad una sola voce la santità di Dio (dalle prefazioni delle preghiere liturgiche). Gli prestano servizio giorno e notte (dal Libro dell’Apocalisse). Pertanto l’Adorazione in Cielo è Perpetua e quindi, se vogliamo entrare nella dimensione dell’Eternità ed esperimentare già da ora il nostro destino finale, le nostre comunità cristiane devono diventare vere scuole di preghiera (NMI 33) e permettere ai fedeli di vivere questa, che è la dimensione più vera dell’esistere.
Per quale motivo infatti le chiese dovrebbero essere chiuse: forse che il nostro Dio si riposa? Ci sono forse momenti in cui nessuno ha bisogno dell’aiuto e del conforto di Dio? Ci sono forse tempi in cui il male cessa di operare? Ci sono forse momenti in cui nessuno lavora? Ormai la nostra vita ha sempre di più ritmi incessanti di azione, di giorno e di notte, similmente bisogna che ci siano spazi di altrettanto incessante preghiera. Basta solo organizzarsi e riprendere possesso di quegli spazi, che altrimenti vengono immancabilmente conquistati dal male!
GLI ONERI PER IL PASTORE
Nella mente del Pastore di una comunità, abituato a portare il peso di chi difficilmente si lascia coinvolgere in iniziative, nascono subito interrogativi: sarà problematico portare avanti la struttura, assicurare le aperture notturne e diurne, se manca qualcuno cosa succede… come combinare l’adorazione con la vita pastorale della Parrocchia… se i laici si stancano… e mille altri dubbi e incertezze. In realtà la struttura è organizzata in modo tale, che il peso portato da ognuno è minimo ed il tutto è condiviso dai laici, il parroco deve solo incoraggiare il culto all’Eucaristia, fidandosi di Dio e stupendosi nel constatare le meraviglie che egli opererà nei suoi parrocchiani, della crescita che avverrà in loro e degli immensi frutti che ne nasceranno, per il proprio ministero sacerdotale e per il popolo di Dio assetato di spiritualità.
La preoccupazione per la sicurezza contro il furto ed altri incidenti, è dimostrata fuori di luogo, sull’esperienza di chi ha iniziato l’adorazione perpetua: gli adoratori sono il miglior antifurto vivente per le strutture chiuse ed isolate, che invece si riempiono di vita di giorno e di notte!
DISTRIBUZIONE DEI MODULI DI ADESIONE
Sulla base dei moduli compilati, è opportuno che i fedeli vedano già i primi segni del loro impegno.
LA GRANDE MISSIONE DELL’ADORATORE
Il Capitano d’Ora telefona agli adoratori specificando quanto segue.
-L’adoratore è il custode e intercessore, che rappresenta la sua famiglia, la Chiesa e l’umanità in quel tempo prezioso di adorazione, nel quale riceve anche molti benefici personali.
-Deve firmare il registro delle presenze che serve per essere certi che non si creino vuoti nei turni di adorazione.
-Deve venire cinque minuti prima del suo turno, per sistemarsi e porre la firma nel registro delle presenze ed evitare di farsi attendere dall’adoratore dell’ora precedente.
-Non deve lasciare mai l’adorazione eucaristica, nella cappella dell’Adorazione Perpetua, nel giorno e nell’ora stabilita. Se per qualche ragione eccezionale si deve assentare una volta, deve trovare la sua provvisoria sostituzione, tra i suoi conoscenti, o familiari, anche se ci sono altri adoratori e deve avvertire il coordinatore di ora!
-Non può assolutamente fare alcun cambiamento di ora, o giorno, senza averlo prima e per tempo concordato con il coordinatore di ora!
-Non può trascorrere la sua ora di adorazione in un altro luogo, od in un altro giorno, o ora sostitutiva, perché la cappella di adorazione conta sulla presenza dei suoi adoratori, per non interrompere la preghiera.
-Se per causa di forza maggiore è costretto ad abbandonare il suo impegno deve avvertire per tempo il coordinatore di ora, affinché organizzi la sostituzione.
-Osservare se nei turni di adorazione ci sono altre persone ed invitarle ad impegnarsi a diventare anche loro adoratori. Invitare conoscenti a diventare adoratori stabili.
“Il Signore benedica chi cammina e sostiene molti altri in questo meraviglioso cammino per la santificazione e pacificazione dell’intera umanità finché Gesù torni e prenda possesso del suo Regno!”
Gruppo di Preghiera “Gesù Misericordioso”
Nella nostra parrocchia
Il gruppo sorto nel 1999 dall’ispirazione di M. Pina, canossiana,
e, di P. Giorgio, continua il suo itinerario di fede accompagnato
dalla catechesi da parte di P. Celestino. L’associazione ha un suo regolamento e una presidente nella persona della sig.ra Melita Giuliano.
Il gruppo si riunisce ogni mercoledì mattina alle ore 10 presso la Cappella dell’adorazione.
“Ogni atto di venerazione della Divina Misericordia deve essere un’espressione di fiducia e deve essere legato alla pratica della misericordia verso il prossimo, se al devoto della Misericordia
deve assicurare tutti quei benefici che Gesù ha legato a tale devozione” (R., p. 19).
Venerazione dell’immagine di Gesù Misericordioso
Il disegno essenziale di questo quadro è stato mostrato a suor Faustina nella visione del 22 febbraio 1931 nella cella del convento di P³ock. “La sera, stando nella mia cella – scrive
suor Faustina – vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido (…) Dopo un istante, Gesù mi disse, Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te” (Q. I, p. 26). Tre anni dopo a Vilnius Gesù ha spiegato il significato dei raggi: “I due raggi rappresentano il angue e l’Acqua” (Q. I, p. 132). Agli elementi essenziali del quadro appartengono le parole poste
in basso: “Gesù, confido in Te”. “Gesù mi ricordò (…) che queste tre parole dovevano essere messe in evidenza” (Q. I, p. 138).
Gesù ha definito un altro particolare di questo quadro, ha detto infatti: “Il Mio sguardo da questa immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce” (Q. I, p. 140). La questione dello sguardo non è dunque senza importanza, se lo stesso Gesù mette l’accento su di essa, dando un significato a questo particolare. E qui incontriamo una doppia interpretazione di questo desiderio di Gesù: alcuni – e tra loro don Sopocko – leggono queste parole in modo realistico e dicono che lo sguardo deve essere diretto in basso come dall’alto della croce; altri credono, che si tratti dello sguardo che esprime la misericordia (tra loro padre J. Andrasz, il secondo direttore spirituale di suor Faustina).
Quale è il significato di questo quadro?
Il cosiddetto “luogo teologico” è stato indicato dallo stesso Gesù, legando la benedizione del quadro e la sua pubblica venerazione alla liturgia della prima domenica dopo Pasqua. La Chiesa legge in quel giorno il Vangelo sull’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e sull’istituzione del sacramento della penitenza (Gv 20, 19-29).
A questa scena del Cenacolo si sovrappone l’avvenimento del Venerdì Santo: la crocifissione e la trafittura del Cuore di Gesù con la lancia. “Entrambi i raggi uscirono dall’intimo della Mia misericordia, quando sulla croce il Mio Cuore, già in agonia, venne squarciato con la lancia” (Q. I, p. 132). Di questo scrive san Giovanni nel 19 capitolo del Vangelo. Gesù ha spiegato poi che “il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime” (Q. I, p. 132). San Tommaso, riferendosi ai Padri della Chiesa, unisce la simbologia dell’acqua e del Sangue con il sacramento del battesimo e con l’Eucarestia, cosa che può essere riferita anche agli altri sacramenti. “Alla luce del Vangelo di Giovanni – scrive don I. Rozycki – l’acqua e il sangue (…) stanno a significare le grazie dello Spirito Santo, che ci sono state donate per la morte di Cristo. I due raggi rappresentati sul dipinto di Gesù Misericordioso possiedono questo stesso profondo significato” (R., p. 20).
L’immagine del Gesù Misericordioso spesso viene identificata come quella della Divina Misericordia e giustamente poiché‚ nella passione, morte e risurrezione di Cristo la misericordia di Dio verso l’uomo si è rivelata con totale pienezza.
In cosa consiste il culto dell’immagine della Divina Misericordia?
L’immagine occupa una posizione chiave in tutta la devozione alla Divina Misericordia, poiché‚ costituisce una visibile sintesi degli elementi essenziali di questa devozione: esso ricorda l’essenza del culto, l’infinita fiducia nel buon Dio e il dovere della carità misericordiosa verso il prossimo. Della fiducia parla chiaramente l’atto che si trova nella parte bassa del quadro: “Gesù, confido in Te”. L’immagine che rappresenta la misericordia di Dio deve essere per chiara volontà di Gesù un segno che ricordi l’essenziale dovere cristiano, cioè l’attiva carità verso il prossimo. “Essa deve ricordare le esigenze della Mia misericordia, poiché‚ anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere” (Q. II, p. 278). La venerazione del quadro dunque consiste nell’unione di una orazione fiduciosa con la pratica di atti di misericordia.
Le promesse legate alla venerazione dell’immagine.
Gesù ha definito con molta chiarezza tre promesse:
- “L’anima che venererà questa immagine, non perirà” (Q. I, p. 18): cioè ha promesso la salvezza eterna.
- “Prometto pure già su questa terra (…) la vittoria sui nemici” (Q. I, p. 18): si tratta dei nemici della salvezza e del raggiungimento di grandi progressi sulla via della perfezione cristiana.
- “Io stesso la difenderò come Mia propria gloria” nell’ora della morte (Q. I, p. 26): ha cioè promesso la grazia di una morte felice.
La generosità di Gesù non si limita a queste tre grazie particolari. Poiché‚ ha detto: “Porgo agli uomini il recipiente, col quale debbono venire ad attingere le grazie alla sorgente della misericordia” (Q. I, p. 141), non ha posto alcun limite n‚ al campo n‚ alla grandezza di queste grazie e dei benefici terreni, che ci si può aspettare, venerando con incrollabile fiducia l’immagine della Divina Misericordia.
E’ la più importante di tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia. Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia” (Q. I, p. 27). La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore” (Q. I, p. 46). Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo.
Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre” (Q. II, p. 345).
La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere” (Q. II, p. 294).
Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha espresso due desideri:
- che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato;
- che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina (Q. II, p. 227) e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia.
“Sì, – ha detto Gesù – la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l’azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all’immagine che è stata dipinta” (Q. II, p. 278).
La grandezza di questa festa è dimostrata dalle promesse:
- “In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene” (Q. I, p. 132) – ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: “la remissione totale delle colpe e castighi”. Questa grazia – spiega don I. Rozycki – “è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest’ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (…). E’ essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l’ha innalzata al rango di “secondo battesimo”. E’ chiaro che la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia deve essere non solo degna, ma anche adempiere alle fondamentali esigenze della devozione alla Divina Misericordia” (R., p. 25). La comunione deve essere ricevuta il giorno della festa della Misericordia, invece la confessione – come dice don I. Rozycki – può essere fatta prima (anche qualche giorno). L’importante è non avere alcun peccato.
Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che “riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia“, poiché‚ “in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto” (Q. II, p. 267). Don I. Rozycki scrive che una incomparabile grandezza delle grazie legate a questa festa si manifesta in tre modi:
- tutte le persone, anche quelle che prima non nutrivano devozione alla Divina Misericordia e persino i peccatori che solo quel giorno si convertissero, possono partecipare alle grazie che Gesù ha preparato per la festa;
- Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni – sia alle singole persone sia ad intere comunità;
- tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia (R., p. 25-26).
Questa grande ricchezza di grazie e benefici non è stata da Cristo legata ad alcuna altra forma di devozione alla Divina Misericordia.
La coroncina alla Divina Misericordia
Questa preghiera era stata dettata a suor Faustina da Gesù il 13 e il 14 settembre 1935 a Vilnius. Nella sua cella ha avuto la visione di un angelo, venuto a castigare la terra per i peccati. Quando ha visto questo segno dell’ira di Dio ha cominciato a chiedere all’angelo di attendere ancora poiché‚ il mondo avrebbe fatto penitenza. Quando però si è trovata al cospetto della Santissima Trinità non ha avuto il coraggio di ripetere la supplica. Solo quando nell’anima ha sentito la forza della grazia di Gesù ha cominciato a pregare con le parole che ha udito interiormente (erano le parole della coroncina alla Divina Misericordia) e allora ha visto che il castigo è stato allontanato dalla terra. Il mattino dopo, entrata in cappella, Gesù ancora una volta le ha insegnato con esattezza come bisogna recitare questa preghiera. (Q. I, p. 192 – Q. I, p. 193).
Don I. Rozycki spiegando il contenuto della coroncina dice che in essa offriamo a Dio Padre “il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità” di Gesù Cristo, Figlio di Dio, cioè la Sua Divina Persona e la Sua Umanità, non la stessa natura di Dio, che è comune al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo e come tale non può essere offerta a Dio Padre. Possiamo invece offrire tutta la Persona del Figlio di Dio Incarnato, poiché‚ Egli stesso “ha dato se stesso per noi quale offerta e sacrificio” (Ef 5,2).
Recitando la coroncina ci uniamo all’offerta di Gesù fatta sulla croce “in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero”. In essa offriamo a Dio Padre il Suo Amatissimo Figlio e dunque ci appelliamo al “motivo più forte per essere esauditi da Dio” (R., p. 27).
Sui grani dell’Ave Maria del Rosario ripetiamo: “Per la Sua dolorosa passione abbi misericordia di noi e del mondo intero”, che significa – secondo lo spirito della devozione – appellarsi non tanto alla riparazione fatta da Cristo sulla croce, quanto alla Sua misericordia, che vuole offrirsi agli uomini.
La recita di questa preghiera è anche un atto di misericordia, poiché‚ in essa chiediamo “la misericordia per noi e per il mondo intero”.
Gesù ha legato alla recita di questa coroncina una promessa generale e promesse particolari:
- La promessa generale legata alla Coroncina è:
“Per la recita di questa coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno” (Q. V, p. 508). “Con essa – ha detto un’ altra volta Gesù – otterrai tutto, se quello che chiedi è conforme alla Mia volontà” (Q. VI, p. 568). La volontà di Dio è espressione del Suo amore per l’uomo, dunque tutto ciò che è in disaccordo con essa o è un male o è dannoso e non può essere dispensato neanche da Padre migliore.
- Le promesse particolari legate alla Coroncina riguardano l’ora della morte:
“Chiunque la reciterà otterrà tanta misericordia nell’ora della morte. (…) Anche se si trattasse del peccatore più incallito se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia della Mia infinita misericordia” (Q. II, p. 263). Si tratta qui della grazia della conversione e di una morte nel timore di Dio e nello stato di grazia. La grandezza della promessa consiste nel fatto che condizione per ottenere la grazia è recitare almeno una volta tutta la coroncina così come Gesù l’ha chiesto con fiducia, umiltà e dolore per i peccati. La stessa grazia – di conversione e remissione dei peccati – sarà ricevuta dagli agonizzanti, se altri accanto al
Gesù ha fatto notare tre condizioni necessarie perché‚ le preghiere in quell’ora siano esaudite:
- la preghiera deve essere diretta a Gesù e dovrebbe aver luogo alle tre del pomeriggio;
- deve riferirsi ai meriti della Sua dolorosa passione.
“In quell’ora – dice Gesù – non rifiuterò nulla all’anima che Mi prega per la Mia Passione” (Q. IV, p. 440). Bisogna aggiungere ancora che l’intenzione della preghiera deve essere in accordo con la volontà di Dio, e la preghiera deve essere fiduciosa, costante e unita alla pratica della carità attiva verso il prossimo, condizione di ogni forma del culto della Divina Misericordia.
L’ora della Misericordia
Gesù ha insegnato a suor Faustina come celebrare l’ora della Misericordia e ha raccomandato di:
·invocare la misericordia di Dio per tutto il mondo, soprattutto per i peccatori;
·meditare la Sua passione, soprattutto l’abbandono nel momento dell’agonia e, in quel caso ha promesso la grazia della comprensione del suo valore.
·Consigliava in modo particolare: “in quell’ora cerca di fare la Via Crucis, se i tuoi impegni lo permettono e se non puoi fare la Via crucis entra almeno per un momento in cappella ed onora il mio Cuore che nel SS.mo Sacramento è pieno di misericordia. E se non puoi andare in cappella, raccogliti in preghiera almeno per un breve momento là dove ti trovi” (Q V, pag. 517).
Gesù ha fatto notare tre condizioni necessarie perché le preghiere in quell’ora siano esaudite:
·la preghiera deve essere diretta a Gesù e dovrebbe aver luogo alle tre del pomeriggio;
·deve riferirsi ai meriti della Sua dolorosa passione.
“In quell’ora - dice Gesù – non rifiuterò nulla all’anima che Mi prega per la Mia Passione” (Q IV, pag. 440). Bisogna aggiungere ancora che l’intenzione della preghiera deve essere in accordo con la Volontà di Dio, e la preghiera deve essere fiduciosa, costante e unita alla pratica della carità attiva verso il prossimo, condizione di ogni forma del Culto della Divina Misericordia
Diffusione del culto della Divina Misericordia
Parlando delle forme di devozione alla Divina Misericordia don I. Rozycki menziona anche la diffusione del culto della Misericordia, poiché‚ anche a questa forma sono legate promesse. A tutti promette protezione materna durante l’intera esistenza e “tutte le anime che adoreranno la Mia misericordia e ne diffonderanno il culto (…) queste anime nell’ora della morte non avranno paura. La Mia misericordia le proteggerà in quell’ultima lotta” (Q. V, p. 508).
A tutti sono dirette dunque due promesse:
- la prima riguarda la protezione materna in tutta la vita,
- la seconda riguarda l’ora della morte.
Un particolare invito Gesù rivolge ai sacerdoti assicurando che “i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole, quando essi parleranno della Mia sconfinata misericordia e della compassione che ho per loro nel Mio Cuore” (Q. V, p. 504).
L’Apostolato della Divina Misericordia
Suor Faustina il 27 giugno 1938 ha scritto nel Diario: “Il Signore mi ha fatto conoscere la sua volontà quasi in tre sfumature, pur essendo una cosa sola” (Q. III, p. 393).
La prima è costituita dalle “anime isolate dal mondo/ che/ arderanno come vittime davanti al trono di Dio ed impetreranno la misericordia per il mondo intero… Ed imploreranno benedizioni per i sacerdoti e con la loro preghiera prepareranno il mondo per la venuta finale di Gesù” (Q. III, p. 393).
La seconda “sfumatura” sono le congregazioni che uniscono la preghiera agli atti di misericordia. “In modo particolare proteggeranno dal male le anime dei bambini (…) si impegneranno a risvegliare l’amore e la misericordia di Gesù nel mondo pieno di egoismo” (Q. III, p. 393).
La terza “sfumatura” deve essere costituita dalle persone che vivono fuori dai conventi. A questo gruppo “possono appartenere tutte le persone che vivono nel mondo”, che pregheranno e compiranno azioni di misericordia, almeno una al giorno. Pur non essendo “vincolati da alcun voto”, tuttavia “parteciperanno a tutti i meriti e privilegi della comunità” (Q. III, p. 393).
Al centro della grande comunità di devoti e di apostoli della Divina Misericordia c’è la figura di suor Faustina. Ella, in modo perfetto, ha realizzato nella sua vita lo spirito e i compiti che Gesù ha posto davanti a lei e alla “nuova congregazione”. I tentativi di fondare la “nuova congregazione” erano per lei esperienza della “notte mistica”. Grazie ad essa suor Faustina ha raggiunto le vette della mistica ed è diventata un modello visibile della via alla santità e dell’apostolato per tutti coloro che sono attratti dal mistero di Dio e dal desiderio di rendere felici gli altri.
Speriamo che le persone coinvolte in questa opera siano sempre più numerose, poiché‚ il mondo ha bisogno di vivi testimoni di Dio e di mani unite nella preghiera per impetrare la misericordia, perché‚ – come ha detto Gesù a suor Faustina – “l’umanità non troverà pace, finché‚ non si rivolgerà con fiducia alla Mia misericordia” (Q. I, p. 132).

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I Ministranti: chi sono? Che importanza hanno nella nostra comunità cristiana? Come si può diventare uno di loro? I Ministranti non sono altro che dei giovani che vogliono servire il Signore aiutando il sacerdote nella celebrazione della S. Messa. Per essere un Ministrante non è necessaria nessuna dote particolare; ci vuole solo voglia di servire il Signore. Ogni anno, la nostra Parrocchia, invita a diventare Ministranti tutti i ragazzi che hanno voglia di esserlo. C’è però un impegno da rispettare; la riunione che si tiene ogni sabato dalle 15:30 alle 16:00 circa. Da settembre a dicembre, gli aspiranti capiranno come si comporta il Ministrante di fronte ad ogni problema e ad ogni particolare situazione, diventando dei veri e propri Ministranti. Seguendo il nostro sacerdote e vivendo il Vangelo, saranno in grado di portare a termine i vari “compiti” che si devono svolgere durante la S. Messa. L’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione saranno pronti per la vestizione, durante la quale diventeranno Ministranti a tutti gli effetti. Nella nostra chiesa, siamo organizzati in tre gruppi che serviranno durante la S. Messa del sabato e le due della domenica sotto la guida di tre capo-gruppi.
Il gruppo dei ministranti è tradizionalmente il più numeroso e il più curato. Da sempre ha animato la liturgia eucaristica e le varie processioni con molta attenzione e precisione. Nei raduni diocesani il gruppo dei Ministranti ha fatto sempre bella mostra di sé primeggiando spesso su altri gruppi.
Da anni è un appuntamento importante l’annuale incontro dei chierichetti delle parrocchie canossiane di Sicilia e Calabria. Attualmente sono circa un trentacinque i Ministranti iscritti ed ogni anno il gruppo ha le sue uscite, per età o perché non va, e le nuove entrate colmano i vuoti. Lo “squadrone”e diviso in tre sottogruppi misti di ragazze e ragazzi che animano a turno le tre messe del fine settimana. Ogni gruppo ha il suo santo protettore dal quale prende il nome e sono: San Corrado, San Paolo e San Pietro.


Azione Cattolica Italiana
Missione dell’associazione

all’attenzione formativa, esprimendo lo slancio di una Chiesa che, resa bella dall’incontro con Gesù, Signore della vita, sceglie di mettersi in cammino lungo le strade della storia, fedele compagna di viaggio della famiglia umana.
Le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate sulla piana di Montorso davanti ad un’AC in festa, rispondono proprio al desiderio di mettersi alla sequela di Gesù nelle città e nei contesti di vita che si è chiamati a fecondare, e risuonano come un invito a vivere la vocazione alla laicità in pienezza, esplorando i sentieri della missione con competenza creativa e con passione autentica per il bene comune.
“A voi laici spetta di testimoniare la fede mediante le virtù che vi sono specifiche: la fedeltà e la tenerezza in famiglia, la competenza nel lavoro, la tenacia nel servire il bene comune, la solidarietà nelle relazioni sociali, la creatività nell’intraprendere opere utili all’evangelizzazione e alla promozione umana.” (omelia di Giovanni Paolo II al Pellegrinaggio nazionale dell’AC a Loreto, 5 settembre 2004)

Proposte missionarie a misura di parrocchia
I “Progetti” e le “Settimane” sono alcuni degli strumenti pensati per un’AC capace di abbracciare la propria vocazione laicale rispondendo con entusiasmo alla chiamata alla santità.
“La comunità parrocchiale continua ad essere il contesto ecclesiale in cui l’AC si impegna a svolgere il suo servizio quotidiano perché la Chiesa divenga ogni giorno casa per tutti, capace di annunciare a ciascuno la speranza del Vangelo. (…) Siamo convinti che la Chiesa abbia bisogno della vocazione laicale per aprirsi sempre più alla vita, per accogliere ogni dimensione e salvarla, per diventare casa aperta, comunione offerta a tutti, vicenda di popolo.” (dalla “Premessa allo Statuto”)
Promuovere la corresponsabilità in parrocchia
con la specificità della vocazione laicale intendiamo portare nella comunità la nostra testimonianza e il nostro servizio, la ricchezza che ci proviene dall’incontro con il Signore sulle strade del mondo e la dedizione alla crescita nella comunione e nella missione». (dal Progetto Formativo)
Far vivere una realtà con il pensiero di tutti e coinvolgendo tutti è farla vivere in maniera più ricca: ricca non solo del pensiero, ma del cuore e della vita di tutti.
La corresponsabilità è la strada che anche la Chiesa ha scelto, soprattutto dal Concilio in poi, anche dandosi organismi atti ad esprimerla: i Consigli Pastorali Parrocchiali. È possibile oggi dare ad essi in maniera nuova vigore e slancio? Con una nuova creatività e soggettività dei laici?
Noi vogliamo provarci!
carisma dell’AC è quello della corresponsabilità:
Adesioni
chiamata alla santità, partecipando attivamente alla vita dell’associazione quale piena esperienza di Chiesa. In parrocchia
La crisi del modernismo, la nascita di altri movimenti e associazioni ha portato per quasi due decenni l’associazione in crisi a livello nazionale, cosa che si è riversata anche nelle diocesi dunque nelle parrocchie.
Nella nostra parrocchia persone che credono all’associazione continuano il loro cammino di formazione e di collaborazione in parrocchia.
L’arrivo di p. Diego ha portato “freschezza” infatti quest’anno hanno iniziato il loro cammino un gruppo di 14 ragazzi costituendo di fatto l’ACR: l’azione cattolica ragazzi.
L’associazione si ritrova ogni Mercoledì alle ore 16 presso la sala S. Maddalena e ogni primo mercoledì del mese per un momento di adorazione.
I ragazzi si incontrano ogni sabato alle ore 17.00. Assistente del settore adulti è P. Celestino Mori e dei ragazzi il parroco P. Diego. Presidente dell’Associazione al suo secondo mandato per il triennio 2007 – 2010 è la sig.ra Francesca Parisi – Cultrera.
di uomini e donne di ogni fascia di età si sono formati in seno all’Azione Cattolica. Molti vivono con nostalgia quei momenti indimenticabili…
Il Consiglio Pastorale Parrocchiale
Il Consiglio Pastorale Parrocchiale è una realtà ecclesiale, 
viva, dinamica, un organismo che sui colloca non fuori né
sopra la comunità ma all’interno di essa.
Ne esprime la fede, l’intima natura comunitaria e gerarchica e
tutto lo slancio missionario, sarebbe falso vederlo come una
struttura organizzativo-funzionale, di pochi “eletti” o una
centrale di studi e di programmi, oppure uno strumento
democratico (viene eletto ogni cinque anni) che, grazie al
principio dell’uguaglianza e della partecipazione alla vita
della chiesa diventa luogo di rivendicazione ponendosi in
contrasto o in concorrenza con la gerarchia. Il CPP intende essere espressione della comunione ecclesiale, luogo di impegno pastorale: rappresenta l’intera comunità parrocchiale.
È segno e strumento che esprime e favorisce la comunione del parroco con l’intero popolo di Dio e dei fedeli con il loro pastore.
In particolare studia e promuove quelle iniziative che ritradurranno sul piano operativo:
1. riflettere sulla vitalità religiosa della parrocchia riguardante soprattutto la conoscenza e l’adesione alla fede, la pratica ai sacramenti, la vita morale e l’esercizio della carità e della giustizia, la partecipazione alla vita ecclesiale e sociale.
2. individuare le esigenze primarie e programmare gli interventi secondo precisi piani pastorali.
3. decidere le attività concrete, i mezzi adeguati per attuarle e seguirne la realizzazione.
4. al suo interno la formazione cristiana e la testimonianza viva alla comunità, pur sapendo di essere peccatori dinnanzi a Dio e ai fratelli.
Il Consiglio degli affari economici
Nella Parrocchia di San Corrado è costituito il Consiglio Pastorale Parrocchiale, come organismo di comunione e di corresponsabilità, a servizio della comunità parrocchiale, per la crescita della Chiesa e la sua missione nel mondo.
È formato da cristiani che si impegnano a vivere l’adesione di fede a Gesù Cristo, ad ispirare le loro scelte al Vangelo e a partecipare alla vita ecclesiale.
Funzione
Il Consiglio Pastorale Parrocchiale ha funzione consultiva. Le sue proposte devono essere frutto di un discernimento compiuto insieme, sotto la guida dello Spirito. E pertanto, specialmente se espresse a larga maggioranza, sono pastoralmente impegnative.
Compiti
I compiti del Consiglio Pastorale Parrocchiale sono:
a) conoscere e analizzare la realtà della Parrocchia e del territorio;
b) promuovere, sostenere, coordinare e verificare tutta l’azione pastorale della Parrocchia, in armonia con il piano pastorale diocesano e le indicazioni del Vicariato
c) favorire la comunione di associazioni, movimenti e gruppi parrocchiali tra loro e con tutta la comunità.